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Friday, 6 November 2015

Allenamento mentale per un parto dolce: un decalogo


© Headspace

1 Resta tu alla guida
Che sembra una banalità. Eppure è il primo errore che facciamo tutte: "Sono incinta! Qualcuno faccia qualcosa!".
Come se la gravidanza fosse qualcosa da cui lasciarci passivamente investire. E invece no: quel bambino lo stiamo facendo noi, attivamente. Lo nutriamo col cibo che ingeriamo e la biochimica delle nostre emozioni. Guidiamo noi.
E mettiamoci in testa da subito di continuare a guidare anche al parto.

2 Prendi una decisione solo dopo aver raccolto TUTTE le informazioni
Corollario del punto 1 è il punto 2: ogni decisione è una scelta. Che va compiuta liberamente, come è nostro diritto. E va compiuta in modo informato: come è nostro dovere.
Le procedure dell'ospedale vanno conosciute, analizzate e scelte, se del caso anche messe in discussione (soprattutto quando in palese disaccordo con le linee guida dell'OMS). Necessitano il nostro consenso informato.
Solo conoscendo veramente tutte le opzioni e implicazioni possiamo dire di aver scelto davvero. E allora prepariamoci a distinguere i pezzetti di folklore sociale e medicina difensiva rimasti impigliati nel sistema dagli inestimabili strumenti che professionisti aggiornati e competenti sanno offrirci.

Thursday, 22 October 2015

La data presunta del parto è appunto PRESUNTA

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Lo avevamo già suggerito qui, tra le 3 cose che bisogna subito smettere di fare, che guardare il calendario non è cosa molto utile, ma quello del "termine" della gravidanza è un tema che si merita un post tutto per sé. Perché quella che a noi sembra una data tanto rassicurante non solo non ha alcuna aderenza col reale (solo il 4% dei bambini nasce in quella data) ma è anche, potenzialmente, alquanto subdola.

Ce la piantano in testa al primo appuntamento col medico, quella data: un giorno preciso e determinato. Come se veramente qualcuno potesse sapere quando un bambino verrà al mondo, considerato che la gravidanza umana è perfettamente fisiologica tra 37 e 42 settimane.
Se solo il 4% dei bambini nasce alla data PRESUNTA del parto, in effetti, è proprio perché quella data è PRESUNTA. Una convenzione. Un piccolo delirio di onnipotenza, anche, diciamolo.
E un comprensibilissimo desiderio di sapere, controllare, prevedere da parte di noi mamme. Che ci caschiamo sempre con tutte le scarpe nel tranello del "termine": piccola illusione di certezza in quella zona così sfumata e travolgente che è la nostra pancia dentro cui cresce un bambino. Lo abbiamo già detto qui: siamo soglie metafisiche senza neanche sapere cosa sia la metafisica, il minimo che possiamo fare è mettere una croce sul calendario. Ad ancorarci a un qui e ora che renda il tutto meno sfuggente.
E, abituate a una vita dove avere date e orari ha senso e utilità, applichiamo, o lasciamo che altri applichino, più o meno inconsapevolmente- la stessa mentalità logistico organizzativa alla nostra gravidanza.
Il problema non è tanto che la data non ha senso vero, perché appunto è convenzionale e tiene conto di una durata del ciclo mestruale media di 28 giorni, che è una media.
Il problema è che a quella data restano incollati come alghe viscide una serie di pensieri -prima- e di scelte -poi- che non sono affatto neutri.

Tuesday, 15 September 2015

Chi parla bene pensa bene. E partorisce meglio. Anche un VBAC.


Dove inizia un buon parto?
Nella sala del ginecologo? Sbagliato.
In sala parto? Sbagliato.
Un buon parto inizia nella nostra testa.

Quando inizia un buon parto?
Alla morfologica quando ci dicono che va tutto bene? Sbagliato.
Quando entriamo in ospedale? Sbagliato.
Un buon parto inizia prima ancora di aver concepito nostro figlio.

Il parto inizia a prendere forma nella nostra testa prima ancora che il nostro corpo sia in grado di accoglierlo un figlio, figuriamoci partorirlo. Inizia nella nostra testa di bimbe: quando davanti a una bambola sappiamo che la pancia da cui ci si aspetta che debba uscire è la nostra, non quella di nostro fratello.

E' da quel momento che il nostro cervello inizia ad assorbire input riguardo al nostro diventare madri. E come fa per tutto il resto delle esperienze della vita, inizia a costruirsi un database -prevalentemente inconscio- di informazioni e immagini a cui attingeremo -prevalentemente inconsciamente- al momento buono.

Friday, 3 July 2015

INTERVISTA A FRANCESCA ALBERTI, PRESIDENTE DI INNECESAREO.

Riprendiamoci il parto! Anche l'allattamento sarà più facile. (Francesca Alberti)



dalla pagina facebook di Innecesareo


Qualche settimana fa abbiamo avuto il piacere e l'onore di intervistare la presidente di Innecesareo Onlus, prima associazione di volontariato in Italia ad occuparsi di prevenzione cesarei non necessari, promozione VBAC (parto vaginale dopo cesareo) e sostegno emotivo post cesareo o parto medicalizzato.

Francesca Alberti, consulente professionale in allattamento IBCLC, doula e sei volte mamma, non solo è una persona gentile, aperta e generosa, ma anche estremamente rigorosa e preparata. Abbiamo scelto cinque delle mille domande che avremmo voluto farle e riportiamo qui quello che Francesca ci ha raccontato in merito alla spinosa questione del parto cesareo in Italia.


1. Sei  la presidente di Innecesareo. Perché vi dedicate alla missione di ridurre il numero di cesarei?

Crediamo che il cesareo sia un intervento importante, un vero salva-vita per mamma e bambino quando davvero necessario, ma teniamo a ricordare che è anche un intervento di chirurgia addominale maggiore che non può e non deve diventare la normale modalità di nascita. Innecesareo ha profonda fiducia che le donne abbiano in sè tutte le competenze e la possibilità di avere un parto vaginale sano e che questo sia la norma biologica. In realtà sento che si è un po' capovolto tutto e personalmente credo che ci siano stati "rubati" parto e allattamento. Penso inoltre che sia importante che le donne ritornino ad essere consapevoli, informate correttamente, ma soprattutto “padrone” del proprio corpo e dell'intero evento nascita.

Monday, 22 June 2015

3 COSE CHE UN GENITORE NON PUÒ NON SAPERE


Tre miti smascherati



Abbiamo già visto che il parto è come il matrimonio perché non puoi solo sperare che "venga bene", ma una buona preparazione fa la differenza. C'è un altra cosa che i due eventi hanno in comune: siamo abituati a sentirne parlare alla fine di una storia. 
Eppure "Mamma e bambino stanno bene" è altrettanto fuorviante che "E vissero per sempre felici e contenti". Come il matrimonio, il parto non è nè l'inizio nè la fine. Il giorno del parto, il bambino ha già 38 settimane (circa!... Ne parleremo) e la mamma si è già presa cura di lui per tutto quel tempo. Il giorno del parto mamma e bambino si guardano negli occhi la prima di milioni di volte: inizia la danza di separazioni e ricongiungimenti che li accompagnerà per tutta la vita.


Quindi preparare il parto è importante sì, ma quando l'evento è finito, non si va tutti fuori a bersi uno spritz. Si continua a prendersi cura di quell'esserino, si continua ad imparare da lui, si continua a crescere con lui.
Non c'è un time-out per prepararsi ad essere genitore. Essere genitore inizia subito...anzi è già iniziato il giorno delle due righe rosa. Eppure i corsi preparto (anche se di qualità variabile) esistono da decenni, ma chi prepara le coppie a diventare genitori?
Se siamo fortunate, sono le nostre mamme e le nostre nonne, armate di tanta buona volontà, ma figlie di un tempo in cui industrializzare parto e infanzia sembrava (e in un certo senso, in effetti, era) la soluzione a tutti i dilemmi che una famiglia si trovava ad affrontare.


Spesso le nostre mamme e nonne ci regalano delle vere perle di saggezza, ma altrettanto spesso queste perle sono nascoste in mezzo a credenze e miti* che ormai la scienza ha smascherato da tempo.
Qui vi parliamo di tre frottole sui bambino che sono molto diffuse, e delle quali il genitore del 2015 può sorridere, sicuro che innumerevoli esperimenti robusti e controllati confermano che è il suo istinto ad avere ragione.

#1. I bambini non ricordano nulla.

FALSO.

I bambini non hanno ricordi espliciti dei loro primi tre-quattro anni di vita: questo è vero e si chiama "amnesia infantile". Però esiste un altro tipo di memoria: la memoria implicita. Non parliamo del subconscio di Freud nè di un concetto più o meno esoterico al quale ognuno può liberamente decidere se credere o meno. Parliamo del tipo di memoria che usiamo per andare in bicicletta: a forza di pratica, il nostro corpo impara cosa fare per pedalare e mantenere l'equilibrio, ma se qualcuno ci chiedesse di mettere in parole la nostra arte, ci troverebbe spiazzati.

Questo tipo di memoria funziona dalla nascita. Fa si che impariamo le sequenze di azioni e fatti che si susseguono sempre uguali. Questo formerà le nostre implicite abitudini. Le nostre aspettative che non sappiamo nemmeno di avere.

Tanto per fare un esempio ricorrente: se rassicuro mio figlio ogni volta che piange, mio figlio impara che quando si è tristi/impauriti/angosciati si può chiedere aiuto e che l'aiuto arriva.
È quasi inutile sottolineare quanto un'aspettativa del genere sia uno strumento potente per andare nella vita a testa alta e a cuore aperto: un antidoto eccezionale contro depressione, ansia, disturbi alimentari e chi più ne ha più ne metta.



#2. I bambini ci manipolano.

FALSO.

Fino a quattro anni i bambini manco sanno che noi abbiamo una realtà psicologica tale quale alla loro. Il loro cervello (in particolare la loro neocorteccia) non è ancora abbastanza maturo per concepire l'idea che ogni persona ha i suoi pensieri, le sue aspettative, i suoi desideri.


Quindi se si svegliano mille volte la notte, se ci assillano con i loro "perché", se ci testano con i loro esperimenti di libertà ("Cosa succede se mi nascondo dietro quel l'albero? E se corro in mezzo alla strada?"), non lo fanno per darci fastidio/farci paura/farci disperare. Lo fanno per capire come funziona il mondo e come funzioniamo noi. "Nothing personal", come dicono i nostri concittadini inglesi.


#3. Per crescere bambini indipendenti bisogna spingerli fuori dal nido.

FALSO.

Sono i bambini con un attaccamento sicuro ad esplorare di più. Questi bambini hanno almeno una persona che considerano come un "porto sicuro" da cui partire per le loro esplorazioni e a cui ritornare in caso di pericolo/stanchezza/dubbio.
Il porto sicuro è sempre disponibile, non spinge fuori nè trattiene. Semplicemente c'è.

Spingere all'esportazione un bambino che non ne ha voglia, non solo non lo rende indipendente, ma gli rovina il piacere dell'avventura e lo rende meno incline a tornare da voi dovesse incontrare dei problemi.
E i problemi di oggi possono essere un bambino sconosciuto o un giocattolo inquietante, ma i problemi di domani potrebbero chiamarsi bullismo, abuso, droga. Eppure la risposta che i bambini ricevono da noi oggi, diventa la loro aspettativa implicita sulla nostra reazione di domani (vedi #1).
Da chi volete che vada a cercare conforto vostro figlio se qualcuno lo ferisce/gli spezza il cuore/lo umilia? Se la vostra risposta è un accorato "Da me!", gettate le basi oggi: quando arrivate a casa dei nonni, non spingetelo a giocare con i cugini che non vede da sei mesi. Lasciatelo indugiare nel vostro porto. Due-tre-dieci minuti dopo (quando il serbatoio di fiducia sarà pieno), partirà con gioia da solo. E saprà che potrà sempre tornare da voi in caso di bisogno.
Se volete insegnare l'indipendenza respondabile a vostro figlio, fatevi porto.



Prepararsi alla genitorialità non rende l'essere mamma o papà una passeggiata, né garantisce il successo (anche perché come vogliamo definire il successo sulla pelle dei nostri bambini?). Ma diventare genitori nel 2015 senza sapere queste poche cose è come sperare di poter riciclare l'abito da sposa della Nonna Sarina (o de Nonno Beppino) per le nostre nozze e che ci stia talmente bene da non richiedere nessuna alterazione.



*Per smascherare questi ed altri miti è nato Babybrains: per portare fuori dai laboratori di psicologia sperimentale e neuroscienza quello che oggi si sa sullo sviluppo del bambino dal concepimento al terzo anno di vita. Lo scopo è di fare in mondo che tutti i genitori possano usufruire dei progressi della scienza per essere genitori più efficaci e più felici. I veri destinatari del progetto sono i bambini, che potranno svilupparsi al meglio con maggior serenità.





Friday, 22 May 2015

3 cose che bisogna subito smettere di fare.


Complicarci la vita fa parte della lunga lista di innate abilità che ci differenziano dagli animali.
Abbiamo già visto qui che il nostro cervello ha il vizietto di metterci i bastoni fra le ruote al momento del parto. Oggi guardiamo alla gravidanza, che anche quella possiamo godercela un pochino di più, con grandi benefici sia per noi che per il nostro parto, e quindi naturalmente per il nostro bambino.

1) Guardare il calendario.
Nessun medico al mondo può dirci in che giorno spunterà il primo dente a nostro figlio o quando inizierà a camminare. Chi pensa di poter dire quando una donna entrerà in travaglio farebbe meglio ad occuparsi dei numeri del lotto. (cit)
Guardiamo alla nostra pancia per quello che è: un meraviglioso contenitore di vita che sta facendo un lavoro pazzesco. Può metterci normalmente tra le 37 e le 42 settimane: 40 è pura convenzione.
A chi ci chiede quando abbiamo il "termine", come se fossimo una scatoletta di formaggio in scadenza rispondiamo semplicemente: "Quest'estate, tra luglio e agosto", o "Verso Natale". Rispondiamolo soprattutto a noi stesse: usciamo dalla mentalità dell'appuntamento e della deadline incombente e risparmiamoci lo stress di pensare che nostro figlio possa davvero essere in anticipo o in ritardo.
Concedersi di accettare di pensare a un periodo anziché a una data non solo ci toglie rigidità mentale, che è sempre un fardello inutile da portare, ma può contribuire a guardare con più oggettività all'induzione. E lo approfondiremo presto.
La data presunta del parto, è, appunto presunta.

Monday, 18 May 2015

UN PARTO POSITIVO NON E' UN PARTO PERFETTO

Anche noi di IPP sappiamo che nulla nella vita è solo positivo. Rispettiamo e onoriamo anche le ferite.



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Scrivere di gravidanza e parto è come essere un elefante in una sala di cristalli. Per quanto si cerchi di esprimersi con moderazione e rispetto, si finisce sempre per gettare inavvertitamente sale su ferite aperte.

Il fatto è che a noi mamme (presenti e future) le ferite (subite e temute) non mancano. Per dare al mondo i nostri figli, ci dobbiamo aprire andando contro ogni istinto di auto-difesa (perché l'istinto di preservare la specie lo batte), diamo spazio, ci dilatiamo, ci laceriamo, ci lasciamo tagliare dal bisturi. Comunque vada, il nostro corpo porterà per sempre ferite e cicatrici, più o meno visibili, più o meno dolorose.

E così anche la nostra mente.

E così anche il nostro cuore (chiamatelo pure "sede delle emozioni" se la parola "cuore" vi dà la nausea appena la leggete).

Elaborare quello che ha ferito la nostra mente e il nostro cuore è importante tanto quanto esercitare il pavimento pelvico dopo il parto...e altrettanto faticoso (o forse di più).

Dopo il mio primo parto ero felice. Il mio bambino era sano. Io ero sana. Il mio travaglio era stato lungo ed intenso. Stressante a momenti. Come una ferrata un attimo troppo alta per il mio livello alpinistico. Meraviglioso.
Tutto si era svolto nel rispetto più totale della mia fisiologia, mio marito e la mia ostetrica erano stati meravigliosi. Raphaël ha subito imparato a poppare e (dopo il normale dolore ai capezzoli -mitigato alla grande dalla meraviglia- della prima settimana) l'allattamento proseguiva a gonfie vele. Ero veramente sinceramente pienamente felice.

Eppure.

Monday, 11 May 2015

PREPARARE IL PRIMO PARTO. Ovvero come reinventare l'acqua calda.


Nadia allo studio Triyoga




Ho sempre voluto avere una famiglia ma fino a 27 anni non mi sono mai posta il problema del parto.

Mia mamma (post-sessantottina senza peli sulla lingua) mi aveva detto una cosa del tipo "Senti male sì, ma è un male che ha un senso. Un po' come quando vai di corpo: fai uno sforzo, ma poi ti senti meglio." Devo aver avuto 15 anni e l'ho presa sul personale. Ecco un'altra ottima ragione per indignarmi contro di lei, madre snaturata che mi paragonava alle sue feci, oltre a farmi rientrare a mezzanotte il sabato sera e a non comprarmi i Levi's 501.

Dodici anni dopo sono rimasta incinta. Abitavo a Londra. Quando rimani incinta già ti poni tante domande. Lontana da casa le triplichi. Devi reinventare l'acqua calda tu da sola.

Il mio primo istinto è stato: "Un medico! Devo vedere un medico!" Raphaël era stato concepito da due settimane e un giorno e io già mi precipitavo in ambulatorio: "Sono incinta! Fate qualcosa!!" "Signora, ritorni fra tre mesi. Per ora non c'è nulla da fare" Eh?? No no no, non è possibile: questi medici inglesi sono delle mezze pippe. Mi serve un medico privato. "Buongiorno dottore, sono incinta." "Signora, ritorni fra tre mesi. Per ora non c'è nulla da fare. Sono 70 Sterline."

Insomma i medici, gratis o a pagamento, non mi hanno saputa aiutare.

Friday, 1 May 2015

6 BUONE RAGIONI PER PROGRAMMARE UN CESAREO

http://kcamfam.blogspot.co.uk

Dopo aver parlato del parto a domicilio passiamo all'altro estremo: il parto cesareo programmato (del parto cesareo d'emergenza parleremo in un post a sè). Anche se spesso questo tipo di parto viene associato alla freddezza della camera operatoria, l'esperienza del bambino e della mamma non deve necessariamente essere negativa. Il parto cesareo può essere un parto positivo, nel quale dolcezza e amore trovano il loro posto*. 

Nella nostra esperienza personale non abbiamo riscontrato nessun motivo valido per sottoporci a questo intervento (abbiamo avuto la fortuna di avere delle gravidanze senza complicazioni), ma abbiamo in programma due interviste a mamme con esperienza di parto cesareo: una che l'ha vissuto positivamente e una che l'ha vissuto negativamente. Non esitate a farvi avanti se volete dire la vostra

Per il momento, limitiamoci ai fatti e ai protocolli medici.

Friday, 17 April 2015

FIGLIE DEL NOSTRO TEMPO

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Se siamo state fortunate, le nostre mamme post-sessantottine (o giù di lì) non ci hanno propinato storie di cavoli e cicogne. Ci hanno raccontato, arrossendo loro malgrado e usando termini come "pisellino" e "patatina", che la mamma e il papà - come le api e i fiori - si facevano un abbraccio speciale e il seme del papà entrava nella pancia della mamma.

Ma per la maggior parte di noi, un velo letteralmente pietoso è stato steso su come il semino germogliato uscisse di lì. E noi ci siamo ben guardate dal chiedere spiegazioni. Le mamme coi pancioni andavano all'ospedale…e uscivano con un bel bambino. E si sa, gli ospedali sono luoghi misteriosi. I dottori maghi con arcani poteri.

Alla post-sessantottina media - liberata sulla fase del concepimento ma forse non altrettanto sulla fase del parto - mancavano le parole per raccontare alla propria figlia (e anche al proprio figlio, se è per questo… ma concentriamoci sulla figlia per questa volta, visto che sarà lei a ritrovarsi in prima linea) quello che succede in sala parto. 
La post-sessantottina media, in sala parto, ha messo la sua vita e la vita di sua figlia in mano ai dottori.
Si è considerata fortunata (e lo era) di essere praticamente sicura di sopravvivere, ha accettato senza batter ciglio di farsi radere là sotto fra una contrazione e l'altra, mentre suo marito scalpitava fumando in sala d'attesa. Ha vissuto l'anestesia peridurale come una liberazione dal dolore e segno tangibile del progresso, "si è riposata" dopo il parto mentre benevole puericultrici si occupavano di sua figlia (se ha fame fuori orario: acqua e zucchero, benvenuta al mondo), ed è tornata a casa con una serie di regole ferree e tabelle orarie volte ad evitare di viziare la neonata.

Wednesday, 15 April 2015

Erezione, sale parto e tigri dai denti a sciabola. E hanno anche senso tutti insieme.

Il parto è un processo involontario e non si può aiutare un processo involontario. 
L'obiettivo è non disturbarlo. 
(Michel Odent)


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No, non siamo impazzite e non siamo neanche di ritorno da un weekend ad Amsterdam: erezione, parto e tigri dai denti a sciabola sono tutti elementi di una stessa storia. Si tratta di successo e di fallimento, di pericolo e di riparo, di vita e di morte.
Immaginiamoci due scenari, uno maschile e uno femminile, e cerchiamo di capire.

Friday, 3 April 2015

Quei primi giorni di gravidanza

Anche un viaggio di mille miglia comincia con un passo. (Laozi)


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Ce la ricordiamo benissimo quella sensazione di rivoluzione silenziosa che ha seguito l'esito del primo test di gravidanza positivo.

Sono incinta.

C'è un piccolo esserino dentro di me.

Diventerò mamma.

Io!

Io. Diventerò. Mamma.

Mio marito... non mi sono ancora abituata a chiamarlo così, e già ci sarà chi lo chiama papà.

Papà.

Lui sarà papà.

Noi saremo una famiglia.

Io sarò mamma...cioè sono già mamma. Di questo cosino....

*

Silenzio

*

Oddio! E adesso cosa faccio??

Wednesday, 1 April 2015

Scarpette di cristallo per la sala parto. Di come la nuova Cenerentola ha molto da dire, anche a una mamma in attesa.

Disney

Se ce l'ha fatta Cenerentola possiamo farcela anche noi.
No, non a sposare il principe, dai...Miriamo un po' più su.
A uscire dal folklore anni '50 in cui era stata relegata!

Cenerentola ha preso la decisione più saggia per una sessantenne. Ritirarsi in buon ordine e lasciare spazio a quattro post-femministe spennacchiate di cartoni senza principi? Giammai. Invecchiare con grazia, piuttosto.
Riappropriarsi di se stessa e della sua zucca, più romantica e luccicante che mai. Rivendicare, uno per uno, tutti i buoni sentimenti di cui è piena: dando loro senso.

Monday, 30 March 2015

CERVELLI IN SALA PARTO (E ALTROVE) , Pt.2: LA NEOCORTECCIA

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Molto utile sul posto di lavoro, il giorno del parto la parte logica del nostro cervello è un po' una palla al piede. Come per tutte le palle al piede, il segreto sta nel riuscire a farla muovere senza farsi male. Per fare questo, dobbiamo imparare a conoscerla almeno un po'.

La neocorteccia è lo strato più esterno del cervello, quello che si occupa di cose complicate come l'attenzione, la pianificazione, il linguaggio e la coscienza. È grazie a questa parte che abbiamo prodotto la Divina Commedia, abbiamo elaborato la legge della relatività e costruito il Burj Califa. Più prosaicamente, è questa la parte con cui calcoliamo le rate del mutuo.
Alla neocorteccia piace controllare e capire. Non crede nei miracoli ed è molto diffidente di tutto ciò che a un miracolo assomiglia. La neocorteccia è terrorizzata dal parto, e anche una cosa profonda e radicale come diventare madre non la fa sentire molto bene.

Friday, 27 March 2015

Ma siamo hippy o no?

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La risposta breve è no.

La risposta un po' più lunga è "siamo nani che vivono sulle spalle di giganti." Che vuol dire che, nel nostro piccolo (donde i nani), cerchiamo di usare al meglio tutta la conoscenza accumulata dagli uomini e donne venuti prima di noi (e se li mettiamo uno sopra l'altro, vengon fuori dei giganti).

La risposta intera è che ci piacciono tanto la dolcezza e la natura quanto la scienza e la logica, ma non aderiamo a nessun partito preso. Non è che, perché ci piace la natura, abbiamo partorito i nostri figli in un prato. Non è che, perché ci piace la logica, ci fermiamo a comparare la circonferenza del cranio del bimbo e quella della cervice della mamma. Non è che, perché ci piace la scienza, ci piacciono indiscriminatamente aghi e provette.
Usiamo logica e scienza per capire il mondo attorno a noi e per (cercare di) agire al meglio. Osserviamo e leggiamo libri di gente che ha indagato, controlliamo che la ricerca di cui ci serviamo sia rigorosa e -una volta che abbiamo tutti i dati- ne traiamo le conseguenze.
Visto che ci occupiamo di parto, si dà il caso che gli unici che possano fornirci dati sul parto medicalizzato siano gli ospedali. E quelli che hanno più dati sul parto non medicalizzato siano quelli che con certo snobismo alcuni chiamano figli dei fiori.
Allora noi raccogliamo i dati di qua e di là e facciamo una sintesi. Senza preconcetti.

Citando January Harshe, paladina del parto senza paura nell'ipermedicalizzata America: "Non mi importa quale tipo di parto vuoi avere: un parto in casa, un cesareo programmato, epidurale in ospedale o se vuoi partorire nel bosco accanto a un cerbiattino. Mi importa che tu abbia avuto scelta; che tu sia stata supportata nelle tue scelte e che tu venga rispettata". 
Solo conoscendo davvero tutte le opzioni, e le implicazioni di ogni opzione, possiamo davvero scegliere.
Inclinazioni politiche, religiose e di stile di vita non c'entrano.
Vogliamo solo il meglio per ogni famiglia e soprattutto per ogni cucciolo d'uomo.

Wednesday, 25 March 2015

CERVELLI IN SALA PARTO (E ALTROVE) pt. 1

Il cervello dà la vista al cuore. Il cuore dà al cervello la visione. (Kall)

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Il cervello, a differenza dell'utero, ci sembra di conoscerlo bene.
"Tutto muscoli niente cervello", "Usa il cervello!" "Anche se mi scervello, non ci capisco niente." E poi ci sono frasi come "Usa la testa!" "Testa vuota." "Testa fra le nuvole." … Ne parliamo spesso, di questo organo e del suo guscio così duro.

Di solito ci riferiamo al cervello come a quella parte di noi che si occupa di sapere le cose che ci hanno insegnato a scuola, di calcolare risultati, di risolvere problemi.
E allora cosa c'entra il cervello con il parto? Un fico secco. Tanto quanto c'entra con un'operazione d'appendicite, no? Il parto è una cosa che succede in una parte del corpo che il cervello non può controllare, giusto?

NO.

Monday, 23 March 2015

L'utero: questo sconosciuto. (Pt. 1)

Abbiamo circa 5.000 specie di mammiferi sulla Terra, 
e le donne sarebbero le uniche, fra i mammiferi, a non saper partorire? 
Ina May Gaskin

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Siamo abituati a concepire il parto come il dolore più atroce che un essere umano possa provare. E per molte troppe di noi l'esperienza ha confermato questa convinzione. Bene.
Anzi male.
Malissimo.
Se sosteniamo che un dolore insostenibile sia parte integrante della nascita dei cuccioli d'uomo, dobbiamo sostenere anche che l'utero sia l'unico organo su cui il Casuale Ammasso di Atomi che abbiamo già nominato ha toppato clamorosamente. L'unico.

Tuesday, 17 March 2015

Cercando risposte logiche

Partiamo da lontano. Prima, molto prima, di avere un bimbo da portare a casa. Prima, molto prima di decidere se ci rispecchi/soddisfi/serva di più un parto naturale, un cesareo, un'epidurale o quant'altro. Prima di quei nove mesi con le loro meravigliose ambivalenze. Prima di quella pancia che cresce, molto nostra e un poco estranea. Prima di definirci per sempre come mamma e papà.
Prima di tutto: non c'è niente. Dentro l'utero non c'è NIENTE. Il vuoto.
E in quel niente nove mesi dopo c'è un essere umano intero. Minuscolo, certo, ma tutto INTERO.
A pensarci bene bene e visualizzarlo per davvero, quel cosino che dal nulla diventa un bimbo intero fa venire le vertigini. 
A partire da un minuscolo grumo organico il corpo di una mamma è in grado di formare una piccola manina perfetta, con tutte quelle ossa che nessuno si ricorda mai. Almeno 27, pare: 27 ossa, ognuna diversa. E le unghie, di una composizione ancora differente. E anche un naso. Ed un cervello, che ci ricordi di non infilarci le dita. 
E tutto il resto del corpo a cui quella manina servirà per allungarsi verso il mondo. 
Tutto.Il.Resto.Del.Corpo. 
Cuore, polmoni, ogni singola minuscola fibra di tessuto di organi interni, esterni e tutto ciò che li connette e fa funzionare...
Seriamente, che si scelga di riferirsi a Dio, Natura o Ammasso Casuale di Atomi (che se anche è casuale una maiuscola a sto punto se la merita) poco importa: è e resta assolutamente impressionante. 

La domanda vera, quella cui è urgente dare risposta logica è: e dopo aver fatto tutta sta fatica, l'Ammasso Casuale di Atomi (Dio, la Natura o la Fata Turchina, ognuno scelga per sé) non ha fornito una degna via di uscita all'altezza della situazione?