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Thursday, 28 May 2015

Le mamme hanno bisogno di essere state bambine felici

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Le mamme hanno bisogno di saper guardare nell'abisso e stare in piedi: guardare dentro quella pancia e sopportare di vedere al contempo uno specchio e un muro. Una superficie che riflette noi, e una divisione eterna da quel che eravamo, quel che saremo e -come se già non bastasse- dalla persona indipendente e a sé stante che sarà nostro figlio.
Trovarci un pezzo in più, dentro la nostra pancia, più nostro che mai. E anche qualcosa di irrimediabilmente estraneo.

Le mamme hanno bisogno di reggere una soglia metafisica senza nemmeno sapere cosa sia la metafisica.
Hanno bisogno di reggere la sfida, e non hanno né il tempo né le parole per dirla tutta la paura che lo sfidante ci fa. Perché lo sfidante è uno bello grosso, e corazzato, uno coi controcazzi... talmente sicuro di sé da sfoggiare a testa alta un nome abusato e pretenzioso: Amore, Vita.
Le mamme hanno bisogno di mantenere l'equilibrio sulla soglia del nulla da cui arrivano i loro figli.
Anche se si concedono il lusso di non avere il tempo per dirlo o per saperlo.

Monday, 18 May 2015

UN PARTO POSITIVO NON E' UN PARTO PERFETTO

Anche noi di IPP sappiamo che nulla nella vita è solo positivo. Rispettiamo e onoriamo anche le ferite.



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Scrivere di gravidanza e parto è come essere un elefante in una sala di cristalli. Per quanto si cerchi di esprimersi con moderazione e rispetto, si finisce sempre per gettare inavvertitamente sale su ferite aperte.

Il fatto è che a noi mamme (presenti e future) le ferite (subite e temute) non mancano. Per dare al mondo i nostri figli, ci dobbiamo aprire andando contro ogni istinto di auto-difesa (perché l'istinto di preservare la specie lo batte), diamo spazio, ci dilatiamo, ci laceriamo, ci lasciamo tagliare dal bisturi. Comunque vada, il nostro corpo porterà per sempre ferite e cicatrici, più o meno visibili, più o meno dolorose.

E così anche la nostra mente.

E così anche il nostro cuore (chiamatelo pure "sede delle emozioni" se la parola "cuore" vi dà la nausea appena la leggete).

Elaborare quello che ha ferito la nostra mente e il nostro cuore è importante tanto quanto esercitare il pavimento pelvico dopo il parto...e altrettanto faticoso (o forse di più).

Dopo il mio primo parto ero felice. Il mio bambino era sano. Io ero sana. Il mio travaglio era stato lungo ed intenso. Stressante a momenti. Come una ferrata un attimo troppo alta per il mio livello alpinistico. Meraviglioso.
Tutto si era svolto nel rispetto più totale della mia fisiologia, mio marito e la mia ostetrica erano stati meravigliosi. Raphaël ha subito imparato a poppare e (dopo il normale dolore ai capezzoli -mitigato alla grande dalla meraviglia- della prima settimana) l'allattamento proseguiva a gonfie vele. Ero veramente sinceramente pienamente felice.

Eppure.

Friday, 17 April 2015

FIGLIE DEL NOSTRO TEMPO

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Se siamo state fortunate, le nostre mamme post-sessantottine (o giù di lì) non ci hanno propinato storie di cavoli e cicogne. Ci hanno raccontato, arrossendo loro malgrado e usando termini come "pisellino" e "patatina", che la mamma e il papà - come le api e i fiori - si facevano un abbraccio speciale e il seme del papà entrava nella pancia della mamma.

Ma per la maggior parte di noi, un velo letteralmente pietoso è stato steso su come il semino germogliato uscisse di lì. E noi ci siamo ben guardate dal chiedere spiegazioni. Le mamme coi pancioni andavano all'ospedale…e uscivano con un bel bambino. E si sa, gli ospedali sono luoghi misteriosi. I dottori maghi con arcani poteri.

Alla post-sessantottina media - liberata sulla fase del concepimento ma forse non altrettanto sulla fase del parto - mancavano le parole per raccontare alla propria figlia (e anche al proprio figlio, se è per questo… ma concentriamoci sulla figlia per questa volta, visto che sarà lei a ritrovarsi in prima linea) quello che succede in sala parto. 
La post-sessantottina media, in sala parto, ha messo la sua vita e la vita di sua figlia in mano ai dottori.
Si è considerata fortunata (e lo era) di essere praticamente sicura di sopravvivere, ha accettato senza batter ciglio di farsi radere là sotto fra una contrazione e l'altra, mentre suo marito scalpitava fumando in sala d'attesa. Ha vissuto l'anestesia peridurale come una liberazione dal dolore e segno tangibile del progresso, "si è riposata" dopo il parto mentre benevole puericultrici si occupavano di sua figlia (se ha fame fuori orario: acqua e zucchero, benvenuta al mondo), ed è tornata a casa con una serie di regole ferree e tabelle orarie volte ad evitare di viziare la neonata.

Wednesday, 15 April 2015

Erezione, sale parto e tigri dai denti a sciabola. E hanno anche senso tutti insieme.

Il parto è un processo involontario e non si può aiutare un processo involontario. 
L'obiettivo è non disturbarlo. 
(Michel Odent)


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No, non siamo impazzite e non siamo neanche di ritorno da un weekend ad Amsterdam: erezione, parto e tigri dai denti a sciabola sono tutti elementi di una stessa storia. Si tratta di successo e di fallimento, di pericolo e di riparo, di vita e di morte.
Immaginiamoci due scenari, uno maschile e uno femminile, e cerchiamo di capire.