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Friday, 6 November 2015

Allenamento mentale per un parto dolce: un decalogo


© Headspace

1 Resta tu alla guida
Che sembra una banalità. Eppure è il primo errore che facciamo tutte: "Sono incinta! Qualcuno faccia qualcosa!".
Come se la gravidanza fosse qualcosa da cui lasciarci passivamente investire. E invece no: quel bambino lo stiamo facendo noi, attivamente. Lo nutriamo col cibo che ingeriamo e la biochimica delle nostre emozioni. Guidiamo noi.
E mettiamoci in testa da subito di continuare a guidare anche al parto.

2 Prendi una decisione solo dopo aver raccolto TUTTE le informazioni
Corollario del punto 1 è il punto 2: ogni decisione è una scelta. Che va compiuta liberamente, come è nostro diritto. E va compiuta in modo informato: come è nostro dovere.
Le procedure dell'ospedale vanno conosciute, analizzate e scelte, se del caso anche messe in discussione (soprattutto quando in palese disaccordo con le linee guida dell'OMS). Necessitano il nostro consenso informato.
Solo conoscendo veramente tutte le opzioni e implicazioni possiamo dire di aver scelto davvero. E allora prepariamoci a distinguere i pezzetti di folklore sociale e medicina difensiva rimasti impigliati nel sistema dagli inestimabili strumenti che professionisti aggiornati e competenti sanno offrirci.

Thursday, 24 September 2015

Quando il parto uccideva. 3 cose che è bene ricordare.

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Quando si parla di parto rispettato, de-medicalizzazione del parto o addirittura -sacrilegio!- parto in casa c'è un muro contro cui inesorabilmente andiamo tutte a sbattere. E' la voce sinceramente convinta, quando non risentita, con cui l'interlocutore ci ribatte: "Ma di parto si moriva!"
Di fronte all'apparente inconfutabilità di questa frase, il terrore che sempre nella nostra cultura subdolamente segue l'argomento "parto" guadagna terreno e si rimette al comando.

Di parto si moriva. E anche parecchio, è vero. Nell'800, per non sbagliare, alla donna in travaglio si dava l'estrema unzione!
E si moriva di influenza.
E di morbillo.
E anche di infezioni propagate da a un taglietto nel dito.
La brutta notizia è che lo scocciante fatto che tutti dobbiamo morire non l'abbiamo ancora risolto.
La buona notizia è che sperare di diventare nonne non è poi così assurdo.

Il punto è che noi ci siamo abituate a pensare al parto come un pericolo cui scampare. Sempre e comunque. Una prova sadica che la vita ci pone davanti e qualche professionista iperqualificato forse ci aiuterà a superare.
E questa mentalità è urgente, veramente urgente, prenderla a picconate.

Ci sono (almeno) 3 cose che è bene ricordare quando il nostro interlocutore -o la vocina saccente in fondo alla nostra testa- alza il ditino per dirci che "Di parto si moriva!"

Tuesday, 15 September 2015

Chi parla bene pensa bene. E partorisce meglio. Anche un VBAC.


Dove inizia un buon parto?
Nella sala del ginecologo? Sbagliato.
In sala parto? Sbagliato.
Un buon parto inizia nella nostra testa.

Quando inizia un buon parto?
Alla morfologica quando ci dicono che va tutto bene? Sbagliato.
Quando entriamo in ospedale? Sbagliato.
Un buon parto inizia prima ancora di aver concepito nostro figlio.

Il parto inizia a prendere forma nella nostra testa prima ancora che il nostro corpo sia in grado di accoglierlo un figlio, figuriamoci partorirlo. Inizia nella nostra testa di bimbe: quando davanti a una bambola sappiamo che la pancia da cui ci si aspetta che debba uscire è la nostra, non quella di nostro fratello.

E' da quel momento che il nostro cervello inizia ad assorbire input riguardo al nostro diventare madri. E come fa per tutto il resto delle esperienze della vita, inizia a costruirsi un database -prevalentemente inconscio- di informazioni e immagini a cui attingeremo -prevalentemente inconsciamente- al momento buono.

Monday, 22 June 2015

3 COSE CHE UN GENITORE NON PUÒ NON SAPERE


Tre miti smascherati



Abbiamo già visto che il parto è come il matrimonio perché non puoi solo sperare che "venga bene", ma una buona preparazione fa la differenza. C'è un altra cosa che i due eventi hanno in comune: siamo abituati a sentirne parlare alla fine di una storia. 
Eppure "Mamma e bambino stanno bene" è altrettanto fuorviante che "E vissero per sempre felici e contenti". Come il matrimonio, il parto non è nè l'inizio nè la fine. Il giorno del parto, il bambino ha già 38 settimane (circa!... Ne parleremo) e la mamma si è già presa cura di lui per tutto quel tempo. Il giorno del parto mamma e bambino si guardano negli occhi la prima di milioni di volte: inizia la danza di separazioni e ricongiungimenti che li accompagnerà per tutta la vita.


Quindi preparare il parto è importante sì, ma quando l'evento è finito, non si va tutti fuori a bersi uno spritz. Si continua a prendersi cura di quell'esserino, si continua ad imparare da lui, si continua a crescere con lui.
Non c'è un time-out per prepararsi ad essere genitore. Essere genitore inizia subito...anzi è già iniziato il giorno delle due righe rosa. Eppure i corsi preparto (anche se di qualità variabile) esistono da decenni, ma chi prepara le coppie a diventare genitori?
Se siamo fortunate, sono le nostre mamme e le nostre nonne, armate di tanta buona volontà, ma figlie di un tempo in cui industrializzare parto e infanzia sembrava (e in un certo senso, in effetti, era) la soluzione a tutti i dilemmi che una famiglia si trovava ad affrontare.


Spesso le nostre mamme e nonne ci regalano delle vere perle di saggezza, ma altrettanto spesso queste perle sono nascoste in mezzo a credenze e miti* che ormai la scienza ha smascherato da tempo.
Qui vi parliamo di tre frottole sui bambino che sono molto diffuse, e delle quali il genitore del 2015 può sorridere, sicuro che innumerevoli esperimenti robusti e controllati confermano che è il suo istinto ad avere ragione.

#1. I bambini non ricordano nulla.

FALSO.

I bambini non hanno ricordi espliciti dei loro primi tre-quattro anni di vita: questo è vero e si chiama "amnesia infantile". Però esiste un altro tipo di memoria: la memoria implicita. Non parliamo del subconscio di Freud nè di un concetto più o meno esoterico al quale ognuno può liberamente decidere se credere o meno. Parliamo del tipo di memoria che usiamo per andare in bicicletta: a forza di pratica, il nostro corpo impara cosa fare per pedalare e mantenere l'equilibrio, ma se qualcuno ci chiedesse di mettere in parole la nostra arte, ci troverebbe spiazzati.

Questo tipo di memoria funziona dalla nascita. Fa si che impariamo le sequenze di azioni e fatti che si susseguono sempre uguali. Questo formerà le nostre implicite abitudini. Le nostre aspettative che non sappiamo nemmeno di avere.

Tanto per fare un esempio ricorrente: se rassicuro mio figlio ogni volta che piange, mio figlio impara che quando si è tristi/impauriti/angosciati si può chiedere aiuto e che l'aiuto arriva.
È quasi inutile sottolineare quanto un'aspettativa del genere sia uno strumento potente per andare nella vita a testa alta e a cuore aperto: un antidoto eccezionale contro depressione, ansia, disturbi alimentari e chi più ne ha più ne metta.



#2. I bambini ci manipolano.

FALSO.

Fino a quattro anni i bambini manco sanno che noi abbiamo una realtà psicologica tale quale alla loro. Il loro cervello (in particolare la loro neocorteccia) non è ancora abbastanza maturo per concepire l'idea che ogni persona ha i suoi pensieri, le sue aspettative, i suoi desideri.


Quindi se si svegliano mille volte la notte, se ci assillano con i loro "perché", se ci testano con i loro esperimenti di libertà ("Cosa succede se mi nascondo dietro quel l'albero? E se corro in mezzo alla strada?"), non lo fanno per darci fastidio/farci paura/farci disperare. Lo fanno per capire come funziona il mondo e come funzioniamo noi. "Nothing personal", come dicono i nostri concittadini inglesi.


#3. Per crescere bambini indipendenti bisogna spingerli fuori dal nido.

FALSO.

Sono i bambini con un attaccamento sicuro ad esplorare di più. Questi bambini hanno almeno una persona che considerano come un "porto sicuro" da cui partire per le loro esplorazioni e a cui ritornare in caso di pericolo/stanchezza/dubbio.
Il porto sicuro è sempre disponibile, non spinge fuori nè trattiene. Semplicemente c'è.

Spingere all'esportazione un bambino che non ne ha voglia, non solo non lo rende indipendente, ma gli rovina il piacere dell'avventura e lo rende meno incline a tornare da voi dovesse incontrare dei problemi.
E i problemi di oggi possono essere un bambino sconosciuto o un giocattolo inquietante, ma i problemi di domani potrebbero chiamarsi bullismo, abuso, droga. Eppure la risposta che i bambini ricevono da noi oggi, diventa la loro aspettativa implicita sulla nostra reazione di domani (vedi #1).
Da chi volete che vada a cercare conforto vostro figlio se qualcuno lo ferisce/gli spezza il cuore/lo umilia? Se la vostra risposta è un accorato "Da me!", gettate le basi oggi: quando arrivate a casa dei nonni, non spingetelo a giocare con i cugini che non vede da sei mesi. Lasciatelo indugiare nel vostro porto. Due-tre-dieci minuti dopo (quando il serbatoio di fiducia sarà pieno), partirà con gioia da solo. E saprà che potrà sempre tornare da voi in caso di bisogno.
Se volete insegnare l'indipendenza respondabile a vostro figlio, fatevi porto.



Prepararsi alla genitorialità non rende l'essere mamma o papà una passeggiata, né garantisce il successo (anche perché come vogliamo definire il successo sulla pelle dei nostri bambini?). Ma diventare genitori nel 2015 senza sapere queste poche cose è come sperare di poter riciclare l'abito da sposa della Nonna Sarina (o de Nonno Beppino) per le nostre nozze e che ci stia talmente bene da non richiedere nessuna alterazione.



*Per smascherare questi ed altri miti è nato Babybrains: per portare fuori dai laboratori di psicologia sperimentale e neuroscienza quello che oggi si sa sullo sviluppo del bambino dal concepimento al terzo anno di vita. Lo scopo è di fare in mondo che tutti i genitori possano usufruire dei progressi della scienza per essere genitori più efficaci e più felici. I veri destinatari del progetto sono i bambini, che potranno svilupparsi al meglio con maggior serenità.





Friday, 17 April 2015

FIGLIE DEL NOSTRO TEMPO

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Se siamo state fortunate, le nostre mamme post-sessantottine (o giù di lì) non ci hanno propinato storie di cavoli e cicogne. Ci hanno raccontato, arrossendo loro malgrado e usando termini come "pisellino" e "patatina", che la mamma e il papà - come le api e i fiori - si facevano un abbraccio speciale e il seme del papà entrava nella pancia della mamma.

Ma per la maggior parte di noi, un velo letteralmente pietoso è stato steso su come il semino germogliato uscisse di lì. E noi ci siamo ben guardate dal chiedere spiegazioni. Le mamme coi pancioni andavano all'ospedale…e uscivano con un bel bambino. E si sa, gli ospedali sono luoghi misteriosi. I dottori maghi con arcani poteri.

Alla post-sessantottina media - liberata sulla fase del concepimento ma forse non altrettanto sulla fase del parto - mancavano le parole per raccontare alla propria figlia (e anche al proprio figlio, se è per questo… ma concentriamoci sulla figlia per questa volta, visto che sarà lei a ritrovarsi in prima linea) quello che succede in sala parto. 
La post-sessantottina media, in sala parto, ha messo la sua vita e la vita di sua figlia in mano ai dottori.
Si è considerata fortunata (e lo era) di essere praticamente sicura di sopravvivere, ha accettato senza batter ciglio di farsi radere là sotto fra una contrazione e l'altra, mentre suo marito scalpitava fumando in sala d'attesa. Ha vissuto l'anestesia peridurale come una liberazione dal dolore e segno tangibile del progresso, "si è riposata" dopo il parto mentre benevole puericultrici si occupavano di sua figlia (se ha fame fuori orario: acqua e zucchero, benvenuta al mondo), ed è tornata a casa con una serie di regole ferree e tabelle orarie volte ad evitare di viziare la neonata.

Wednesday, 1 April 2015

Scarpette di cristallo per la sala parto. Di come la nuova Cenerentola ha molto da dire, anche a una mamma in attesa.

Disney

Se ce l'ha fatta Cenerentola possiamo farcela anche noi.
No, non a sposare il principe, dai...Miriamo un po' più su.
A uscire dal folklore anni '50 in cui era stata relegata!

Cenerentola ha preso la decisione più saggia per una sessantenne. Ritirarsi in buon ordine e lasciare spazio a quattro post-femministe spennacchiate di cartoni senza principi? Giammai. Invecchiare con grazia, piuttosto.
Riappropriarsi di se stessa e della sua zucca, più romantica e luccicante che mai. Rivendicare, uno per uno, tutti i buoni sentimenti di cui è piena: dando loro senso.