Monday, 8 June 2015

COSA SUCCEDE SE SUCCEDE QUALCOSA?

I rischi del parto in casa.

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Quando dico che ho partorito in casa, la gente in generale pensa che sia stato un incidente. Poi realizza che è stata una scelta ed ecco apparire le facce da poker. Chissà cosa nascondono. Cose del tipo "Ma sei scema???" "Che egoista! Solo per avere un'esperienza forte metti a repentaglio la vita di tuo figlio." "Ah non ti facevo hippy!". "Cosa?? Senza epidurale?? Ma chi te lo fa fare??" …immagino. Ma non posso dirlo con certezza.
La sola frase che affiora ogni tanto in superficie è "Ma cosa succede se succede qualcosa?"
Allora mi ritrovo a rassicurare la gente a posteriori con i soliti argomenti main stream: l'ospedale è vicinissimo, le ostetriche sono preparatissime a cogliere ogni minimo segnale di rischio, l'ambulanza è lì pronta. Non ha senso spiegare alle prozie francesi* di mio marito perché sono convinta che un parto in casa metta me e ai miei figli nelle condizioni ottimali per iniziare una buona vita insieme.
Però non hanno tutti i torti queste prozie francesi.
Cosa succede se succede qualcosa?

Lasciatemi rovesciare la frase e iniziare con quel "se succede qualcosa".
In un certo senso, stare a casa può essere visto come prevenzione di quel famigerato "qualcosa". Partotire un bambino è un po' come fare l'amore un po' come fare la cacca (capite perché non posso spiegarlo alle prozie?): il cervello pensante deve lasciare il timone al cervello automatico, e lui di solito fa molta meno fatica a scendere dal suo piedistallo di capitano se sa che ci lascia in buone mani. Ora dove lascereste voi le vostre cose più preziose? Qual'è il posto a cui solo le persone più fidate hanno accesso? Qual'è il solo posto al mondo dove potete scatenarvi ballando Shakira con le tette al vento?
Ecco, in quello stesso posto lì, sarà più facile ricostruire le condizioni perché travaglio e parto filino via lisci. Quello è il posto in cui il famigerato "qualcosa" ha meno probabilità di succedere.
Per me quel posto si chiama casa (ma ognuna deve porsi la domanda di Shakira e trovare la propria unica risposta.)

In altre parole, invece di aumentare i fattori di rischio e mettermi in condizione di affrontarli (come avrei fatto andando in ospedale) ho preferito eliminare i fattori di rischio in partenza (infatti il tasso di complicazioni per madre e bambino è simile a casa e in ospedale). Ma non ho eliminato il Rischio. Il Rischio, il Fato, la Fortuna...quelli non si eliminano mai. La nostra vita è attaccata ad un filo e un giorno quel filo sarà reciso. Non c'è ospedale né doula che tenga. E il parto è solo l'inizio. Essere genitori ci mette davanti alla caducità della vita con una perentorietà spietata. Non solo noi siamo mortali, ma sono mortali anche i nostri bambini (ma questo è un altro post).
Quindi, che cosa avremmo fatto se fosse successo qualcosa?

In primis, avevo una fiducia assoluta nelle mie ostetriche (sono sempre in due per i parti a domicilio). Quattro occhi sempre discretamente puntati su di me. Quattro mani a mia completa disposizione. Due cervelli preparati, svegli e motivati. Sapevo che ogni indizio di problematicità sarebbe stato preso sul serio e che eventuali decisioni sarebbero state prese con il benessere mio e del mio bambino come unico criterio.
Poi c'era la "cassetta degli attrezzi" delle ostetriche in corridoio e l'ossitocina in frigorifero. Eventuali manovre di emergenza avrebbero potuto essere amministrare nel mio salotto come in sala parto.
E infine sapevo che un'ambulanza non ci avrebbe messo più di dieci minuti a portarci in ospedale. Il fatto che qui a Londra sia lo stesso ospedale che dà la possibilità di partorire a domicilio con le ostetriche del servizio sanitario nazionale mi ha rassicurato molto. Era bello sapere che, in caso di necessità, saremmo arrivati in un luogo familiare per le ostetriche e pronto ad accoglierci benevolmente.

Ma siamo stati fortunati, o meglio, non siamo stati sfortunati. I miei tre bambini ed io siamo stati meravigliosamente normali. E adesso ce ne andiamo nella vita e cresciamo sempre più sani, forti e felici…speranzosamente attaccati a quel delicato, preziosissimo, filo.

#Silvia

* i Francesi sono famosi per il loro amore per medici/ospedali/medicine, per le mamme chic e per i bambini "educati". Un anno vissuto a Parigi con due figli sotto i tre anni e uno in cantiere mi permettono di confermare che non è solo uno stereotipo (ne parleremo, ne parleremo).

13 comments:

  1. Eccomi a commentare! Aspettavo questo post con impazienza (:
    Premetto, innanzitutto, che scrivo questa risposta senza alcun intento polemico. Apprezzo moltissimo il lavoro che fate con questo blog, lo trovo molto equilibrato e molto utile per ricevere informazioni imparziali. Mi scuso perciò se sembrerò polemica o puntigliosa, in realtà sto solo cercando di dare un contraltare e di schiarirmi un po' le idee nel frattempo – per interderci, se il post avesse insistito sui rischi del parto in casa, io mi sarei concentrata sui benefici. Insomma, faccio da bastian contrario perché credo che assumere altri punti di vista possa aiutare (: E scusate la lunghezza – vi uso come confessionale per chiarirmi le idee, ormai.

    Hai espresso molto bene quelli che sono i vantaggi del parto in casa, anche dal punto di vista dell'esperienza personale. A proposito, sarebbe molto interessante leggere un confronto tra parto in casa, in ospedale e in homebirth per quanto riguarda durata del travaglio, percezione del dolore, soddisfazione, bonding... sai per caso se ci sono studi in quest'ambito? Ne ho trovati parecchi sull'outcome ma ancora nessuno sul vissuto personale – ovviamente non può essere rigoroso come uno studio clinico ma potrebbe comunque dare indicazioni molto interessanti.
    Nel mentre, lo studio che hai linkato è altrettanto interessante. Lo riguarderò sicuramente con attenzione in futuro, ma a una lettura superficiale mi sembra confermare quello che già si sosteneva: meno parti operativi, più attenzione a un decorso fisiologico, senza grandi rischi aggiunti. Almeno in Inghilterra. Per gli USA invece ho letto dati preoccupanti (qui  http://dx.doi.org/10.1016/j.ajog.2013.06.025, ad esempio) ma lì c'è un'organizzazione della professione ostetrica totalmente diversa (tra ostetriche CNM, CM, CPM e chi più ne ha più ne metta) e l'assistenza al parto in casa è poco regolamentata. Insomma, anche nel mondo occidentale c'è una situazione variegata per quanto riguarda la sicurezza, che probabilmente riflette un'altrettanto variegata organizzazione. Ma se organizzato bene, sono d'accordissimo con te: il parto in casa può essere una bella opportunità, una possibilità da scegliere consapevolmente e con i suoi pro e i suoi contro. In questo il blog ha un approccio molto equilibrato per cui vi faccio di nuovo i complimenti, è molto raro non trovare faziosità.
    [continua]

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    1. Non mi trovo però d'accordo su un dettaglio:
      «Ma non ho eliminato il Rischio. Il Rischio, il Fato, la Fortuna...quelli non si eliminano mai. La nostra vita è attaccata ad un filo e un giorno quel filo sarà reciso. Non c'è ospedale né doula che tenga.»
      Questo forse non l'ho capito bene, perché lo trovo poco sensato. Che vuol dire che non si eliminano Rischio, Fato e Fortuna? Se in caso di cesareo d'urgenza (categoria C1 per il NICE) si ha un intervallo decisione-operazione di al massimo 30 minuti, non c'entra la fortuna: c'entra se quei 30 minuti si superano o no. E in questo caso cambia molto essere già in ospedale o essere a un quarto d'ora di macchina (e aggiungiamo il tempo di arrivarci, alla macchina, e il traffico e i controlli in ospedale e... insomma, l'orologio corre); senza contare, poi, che perlomeno in Italia la distanza massima per il parto in casa è 20-30 minuti da un ospedale. 20-30 minuti sono un po' troppi, per un cesareo d'urgenza. Poi ovviamente i cesarei di categoria C1 saranno rari – probabile che siano così rari da non incidere nemmeno sulle statistiche – e di norma il trasferimento in ospedale avverrà prima di arrivare a quel punto, ma se così non fosse? La necessità improvvisa di un cesareo d'urgenza può essere questione Fato o Fortuna; ma quando quella necessita si presenta, la salvezza è questione di vicinanza a una sala operatoria.
      Nessuno può contestare che ci siano rarissimi casi di rottura dell'utero, distacco di placenta, prolasso di funicolo, vasa praevia non diagnosticati, distocia di spalla non risolvibile neanche accendendo i lumini alla Gaskin... pensate che ho letto anche di un'ernia diaframmatica non diagnosticata. Ecco, imbattersi in casi simili può effettivamente essere dovuto al caso: persino in un VBAC c'è da temere più di sbattere il mignolino contro un comodino, piuttosto che farsi angosciare dalla rottura d'utero. Però se succede o sei in ospedale o buona fortuna – anche se il ritardo dell'intervento non causasse danni, non raccomanderei a nessuna un trasferimento urgente con la mano dell'ostetrica in vagina per tenere sollevata la testa del bambino dopo un prolasso cordonale. Non voglio fare terrorismo, solo sottolineare che in questi rarissimi casi la distanza dalla sala operatoria (e non Rischio, Fato o Fortuna) può essere davvero questione di vita o di morte. Chiedo scusa se questo discorso può risultare angosciante, e ripeto che si tratta di situazioni rarissime, c'è molto meno di una possibilità su cento.

      Un altro appunto, più tecnico, sulla "cassetta degli attrezzi". Per quanto ne so (correggetemi se sbaglio), nel parto in casa le ostetriche praticano l'auscultazione intermittente del battito e optano per il trasferimento in ospedale in caso serva una cardiotografia. Da una parte, il monitoraggio continuo non mostra grandi effetti positivi se confrontati agli svantaggi (vedere http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11408301 e http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16856111, per esempio); dall'altra, potrebbe essere scomodo non averlo a disposizione a meno di un trasferimento in ospedale. Bisogna prestarci molta attenzione, perché il battito del bambino può dare indicazioni preoccupanti (variabilità assente, decelerazioni tardive, pattern sinusoidale...) che possono essere identificate da un tracciato, ma che all'auscultazione potrebbero non essere evidenti (si parla di decelerazioni di 5 battiti su una frequenza di 110 battiti al minuto, ad esempio!). Non voglio andare troppo sul tecnico, anche perché non ne ho le competenze, ma se a qualcuno interessa online si trovano le linee guida sulla cardiotocografia.
      Insomma, avere a disposizione il monitoraggio può essere importante per interpretare correttamente il battito. E qui arriva il bello: hanno sviluppato un apparecchio portatile. Spero che si riveli utile e i si diffonda in fretta, offrirebbe uno strumento in più alle ostetriche e una sicurezza in più alle mamme. Dita incrociate (:
      [continua]

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    3. (e finisco questo chilometrico commento in tre parti.)
      Forse sono andata un po' fuori tema, un po' nel terrorismo e un po' nel tecnico, con questo lunghissimo intervento... e forse nessuno avra il coraggio di leggersi questo papiro, ma ho pensato che almeno qualcosina di tutto questo potesse offrire spunti interessanti. Spero di non essere risultata polemica (:
      In definitiva, grazie mille per aver scritto questo post, perché mi ha dato modo di riflettere parecchio e mi ha introdotta a studi di cui non ero a conoscenza. Dopo questo luuuuungo pomeriggio e questa luuuuuuunga serata di ricerche (ho impiegato le ore, maledetto puntiglio), posso dire di avere una visione molto più positiva del parto in casa. Stai convincento una scettica ansiosa, complimenti (:
      Continuate così, tu e Cecilia, perché il vostro blog è una perla rara!

      [correzione: nel primo post è birthcentre, non homebirth
      il messaggio cancellato era uguale a questo, ho solo inserito la correzione (:]

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  2. Cara Castagna,
    Grazie che continui a seguirci e grazie del tuo lungo commento e della tua precisione. Grazie infine di aver evidenziato la frase più importante di tutto il post e di darci lo spunto per esplicitare ancora di più quello che a mio parere è il nocciolo non solo del parto, ma anche della genitorialità in generale...e oserei dire persino della vita: saper collaborare con la Fortuna.
    Per quanto la nostra società high tech ci dia l'impressione di poter controllare la vita e la morte, in verità rimaniamo anche noi - uomini e donne del 2015- in balia delle Parche. Certo, abbiamo più controllo oggi che mai in passato, ma basta guardare due puntate di Grey's Anatomy (per citare fonti molto autorevoli. Ah ah!) per rendersi conto che neanche macchinari d'avanguardia e medici eccellenti possono salvarci quando è giunto il nostro momento. (continua)

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  3. Per essere più concrete, certo, ci sono casi (pochissimi) in cui la lontananza dall'ospedale può costare la vita (grazie dei tuoi esempi documentati e precisi). Ma che dire dei casi (altrettanto pochi) in cui è un'infezione contratta in ospedale ad essere fatale? Oppure un arresto cardiaco del bambino dovuto agli effetti a cascata scatenati da una "semplice" epidurale (che non è poi così semplice e ne parleremo presto)? Quella piccola piccolissima percentuale di "eventi avversi" (morte intraparto, morte neonatale, encefalopatia neonatale, sindrome da aspirazione di meconio, e lesioni dovute al parto) c'è anche in ospedale. Dal secondo parto in poi quella percentuale è identica a quella dei parti in casa. 4.3 casi su 1000. Questo è il numero stimato dallo studio Birth Place per l'Inghilterra nel 2011 (un aggiornamento sarà pubblicato entro fine mese. Conta pure su di noi per tenerti al corrente) per quantificare il Rischio, il Fato, la Fortuna.
    Ci sono casi in cui un chirurgo può salvare la vita, e ci sono casi in cui l'intimità può salvare la vita.
    Come sapere in anticipo se faremo parte di questi casi...e soprattutto come prevedere da che parte saremo? Impossibile. Certo è che se una partorisce in casa per avere poi delle belle foto (http://amartin030.blogspot.fr/2015/01/my-true-feelings-regarding-my-home.html) e non per essersi consapevolmente chiesta dove sia il luogo dove si sente più sicura, rischia di ritrovarsi in preda al panico durante il travaglio, il che non l'aiuterà certo a far nascere bene il bambino. Allo stesso modo, se una va in un ospedale a caso "perché si fa così", rischia di incappare in situazioni umilianti, pericolose e violente come quelle raccontate ad esempio qui (http://giornidibimbi.blogspot.it/2015/04/come-rovinare-una-nascita.html. E specifico che uso questo post per dare un esempio di quello che può succedere nei "sicuri" ospedali, non per insinuare che l'autrice non si sia preparata.) L'importante rimane conoscere i dati e conoscere se stesse: sei tu quella che meglio di chiunque altro può prevedere se - quando sarà ora - è probabile che mille paure ti assalgano se rimani a casa o se l'interferenza di sconosciuti ti faccia perdere la concentrazione su te stessa e sul tuo bambino… E poi bisogna buttarsi. Bisogna fidarsi. Bisogna credere in se stesse e nel personale che si è scelto. Bisogna accettare di essere mortali. E bisogna accettare di scegliere non solo per noi stesse ma anche per i nostri figli. Abbiamo potere di vita e di morte e non abbiamo nessun metodo che ci garantisca al 100% di esercitarlo al meglio. E le scelte continuano dopo il parto: sterilizzo o non sterilizzo? Vaccino o non vaccino? Lo lascio con la nonna? Lo lascio con la baby sitter? Gli compro il monopattino? Lo costringo a darmi sempre la mano, anche sul marciapiede? Gli tatuo il mio numero di telefono sul braccio? Gli faccio mettere un microchip con GPS? Andiamo in bicicletta? Andiamo in aereo? Ogni volta sta a noi porci la domanda è trovare la nostra risposta. Mano sul cuore, facciamo del nostro meglio. Ma siamo umane, non siamo infallibili. Con ogni scelta, facciamo solo il nostro meglio per mettere la signora Fortuna (lunatica per eccellenza) in condizione di darci una mano.

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  4. Per quanto riguarda il monitoraggio continuo del battito del bambino, a mio parere le limitazioni che comportano gli strumenti attuali sono di gran lunga superiori ai vantaggi che apportano (sempre in condizioni di mamma e bambino sani). Fatico ad immaginare uno strumento che mi si incolli alla pancia e che non mi dia un fastidio pazzesco mentre cerco di immergermi nella mia "bolla di parto" (quello stato in cui, se mi venisse voglia, ballerei Shakira tutta nuda senza nemmeno sapere che lo sto facendo… anche se dubito che mi venga voglia di ballare Shakira in travaglio ;-)). Prendere sul serio il "fastidio" non è un capriccio. Durante la maggior parte della nostra vita da adulte, ignorare il fastidio è una capacità molto comoda e molto utile. Durante il parto è cruciale che la donna non sia distratta in nessun modo da elementi esterni, così che si possa concentrare su se stessa, guardare - anzi sentire - DENTRO. Se poi gli elementi esterni sono numeri, battiti, frequenze sappiamo che vanno ad attivare la neocorteccia. E noi la neocorteccia la vogliamo a riposo quel giorno lì. Comunque se un giorno ci sara uno strumento discreto e silenzioso che rileva i battiti del bambino e li indica all'ostetrica (ma non alla donna, che in quel momento ha veramente altro da fare che preoccuparsi di ogni minima oscillazione)… ben venga :-)

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  5. E infine, lo studio di Grünebaum et al. (2013) che citi va, come dici tu, inserito nel suo contesto. È per questo che non vorrei mai incitare tutte le donne a partorire in casa. Ognuna deve valutare - fra le altre cose - anche le strutture e le persone che ha a sua disposizione. Io quando sono rimasta incinta per la terza volta ero in Francia. Lì le ostetriche che seguono parti a domicilio non possono assicurarsi. Il che le colloca in una zona grigia fra la legalità e l'illegalità. Sono comunque andata a parlare con una di loro. Al primo incontro mi ha parlato di tutte le responsabilità che declinava. Non la biasimo, ma la cosa non mi ha certo messa a mio agio (conoscevo le mie e le sue responsabilità. È l'atteggiamento/ l'approccio che non faceva per me). Se fossi rimasta a Parigi, avrei partorito in una clinica privata che incoraggiava il parto naturale (la maggior parte degli ospedali tendono a sbandierare con orgoglio i loro alti tassi di epidurale). Nonostante fosse il terzo figlio e nonostante l'idea di andare in ospedale mi mettesse tantissimo a disagio. Date le mie circostanze, sarebbe stata la soluzione in cui mi sarei sentita relativamente più tranquilla. Poi la Fortuna è intervenuta e hanno offerto a sorpresa un lavoro irrifiutabile a Londra a mio marito (niente contro Parigi eh! Anzi! È solo che per quanto riguarda il parto, IO, lì, mi sarei trovata a disagio)… e sono potuta tornare dalla mia fidata ostetrica Liz.

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  6. Riguardo agli effetti del parto sul legame madre-figlio (che è una cosa intimissima...e anche no. Nel senso che ha mille impatti sull'individuo e sulla società), ti consiglio questi due libri. Purtroppo non sono (ancora?) stati tradotti in italiano, che io sappia. Spero non sia un problema...
    http://www.amazon.co.uk/Childbirth-Future-Sapiens-Michel-Odent/dp/1780660952
    http://www.amazon.co.uk/gp/aw/d/0415870534/ref=mp_s_a_1_1?qid=1433855170&sr=8-1&pi=AC_SY200_QL40&keywords=why+love+matters.
    Buona lettura!

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  7. Grazie per gli spunti di riflessione!
    Alla fine sì, sta tutto nelle scelte consapevoli. Bisogna scegliere dove piazzare la propria scommessa - su una complicazione improbabile, su un'infezione per il catetere, sul rischio di parto operativo... non possiamo controllare tutto.
    "E poi bisogna buttarsi. Bisogna fidarsi. Bisogna credere in se stesse e nel personale che si è scelto. Bisogna accettare di essere mortali. E bisogna accettare di scegliere non solo per noi stesse ma anche per i nostri figli. Abbiamo potere di vita e di morte e non abbiamo nessun metodo che ci garantisca al 100% di esercitarlo al meglio. [...] Ogni volta sta a noi porci la domanda è trovare la nostra risposta. Mano sul cuore, facciamo del nostro meglio. Ma siamo umane, non siamo infallibili. Con ogni scelta, facciamo solo il nostro meglio per mettere la signora Fortuna (lunatica per eccellenza) in condizione di darci una mano."
    Hai ragione. E un pensiero simile mette in pace con il mondo (:
    [continua. La mia logorrea si scontra di nuovo con il limite dei caratteri.]

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    1. Certo, il parto in casa per avere il fotografo mi pare un'ingenuità (per essere gentile). Anche scegliere l'ospedale pur avendoci già avuto esperienze negative metriterebbe una riflessione in più - e il racconto che hai linkato è da rabbrividire, davvero, mi chiedo cosa spinga certe persone a scegliere una professione per cui ovviamente non hanno passione... ostetricia non è una professione che si possa prendere alla leggera. Gli incompetenti e i maleducati (maleducazione? Forse dovrei parlare di crudeltà) ci sono ovunque, ma che si arrivi a certi livelli proprio tra chi ha scelto di prendersi cura degli altri... non lo so, mi sembra inconcepibile. È nauseante.
      La tua esperienza personale, invece, è una nota positiva (: in effetti l'approccio dell'ostetrica francese non doveva essere molto accogliente o rassicurante, e secondo me il tuo ragionamento è molto sensato: scegliere la soluzione migliore per sé, a seconda della situazione. Tutto sta nel dare più opzioni, più informazione e più sicurezza per permettere questa scelta. Credo (e spero), come avevamo già concordato, che in Italia si stia andando nella direzione giusta. O almeno in teoria - purtroppo in pratica le linee guida possono anche essere perfette, ma tutto dipende dall'ostetrica. Un'ostetrica che ha fatto episiotomie per trent'anni non smetterà di farle perché glielo hanno scritto su un pezzo di carta, un'altra che non concede mai l'epidurale perché "le donne hanno sempre partorito senza" non inizierà a chiamare l'anestesista perché hanno inserito l'analgesia nei LEA. E poi per fortuna ci sono le ostetriche (spero tante!) capaci di capire che non è il loro parto, il loro corpo, la loro esperienza; capaci di capire insomma che hanno davanti una donna, non un utero da sgravare secondo le proprie preferenze. Forse è una cosa stupida, un dettaglio insignificante, ma io credo che già l'espressione "far nascere i bambini" sia fuorviante, sintomo di una mentalità da cambiare. Mi è capitato di sentire "il ginecologo Tizio lo ha fatto nascere", "l'ostetrica Caia l'ha fatta partorire"... e la donna dov'è, in tutto questo?
      Io spero che sia a prendere a calci chi la obbliga alla posizione litotomica, chi la taglia contro il suo volere, chi le nega il sollievo farmacologico, chi le dà della pazza se invece lo rifiuta, chi si dimentica che è LEI a far nascere il suo bambino. Se tutta questa gente si cercasse un altro lavoro, invece di fare danni proprio alle persone di cui dovrebbe prendersi cura, una donna avrebbe davvero libertà di scegliere come vivere il proprio parto. A casa, in ospedale, appesa a testa in giù come spiderman... ma sempre rispettata, padrona del proprio corpo, con la sicurezza di essere in buone mani in caso qualcosa andasse storto. Mi sto rendendo conto, anche grazie a questo blog, che il contrasto parto in casa/parto in ospedale è secondario rispetto a tutto questo. Spero davvero che fioriscano consapevolezza, sicurezza e libertà - e allora sì che fiorirebbero i parti positivi (:

      (temo di essere andata un po' fuori tema, scusate. Troppo entusiasmo per queste cose, mi sale la logorrea e si salvi chi può :P )

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  8. Altro che fuori tema! Donne, riprendiamoci quello che è nostro. Riprendiamoci il parto. Cioè, che ognuna si riprenda ognuno dei suoi parti. Grazie Castagna per le tue splendide riflessioni. Non potremmo essere più d'accordo.

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  9. Bel post.
    Mi trovo assolutamente d'accordo con tutto. Metterei l'accento sul l'affidabilità delle ostetriche, e cerco di spiegarmi. In Italia chi sostiene il parto in casa considera questo un postulato, una cosa da non mettere nemmeno in discussione, per non scalfire la già fragile fama del parto fuori dalla struttura ospedaliera. Ma così non è, ne sono stata più volte testimone nel corso degli anni. È un errore che spesso si fa quando si conduce una battaglia, ma nuoce a tutti.
    Grazie delle belle riflessioni

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