Monday, 22 June 2015

3 COSE CHE UN GENITORE NON PUÒ NON SAPERE


Tre miti smascherati



Abbiamo già visto che il parto è come il matrimonio perché non puoi solo sperare che "venga bene", ma una buona preparazione fa la differenza. C'è un altra cosa che i due eventi hanno in comune: siamo abituati a sentirne parlare alla fine di una storia. 
Eppure "Mamma e bambino stanno bene" è altrettanto fuorviante che "E vissero per sempre felici e contenti". Come il matrimonio, il parto non è nè l'inizio nè la fine. Il giorno del parto, il bambino ha già 38 settimane (circa!... Ne parleremo) e la mamma si è già presa cura di lui per tutto quel tempo. Il giorno del parto mamma e bambino si guardano negli occhi la prima di milioni di volte: inizia la danza di separazioni e ricongiungimenti che li accompagnerà per tutta la vita.


Quindi preparare il parto è importante sì, ma quando l'evento è finito, non si va tutti fuori a bersi uno spritz. Si continua a prendersi cura di quell'esserino, si continua ad imparare da lui, si continua a crescere con lui.
Non c'è un time-out per prepararsi ad essere genitore. Essere genitore inizia subito...anzi è già iniziato il giorno delle due righe rosa. Eppure i corsi preparto (anche se di qualità variabile) esistono da decenni, ma chi prepara le coppie a diventare genitori?
Se siamo fortunate, sono le nostre mamme e le nostre nonne, armate di tanta buona volontà, ma figlie di un tempo in cui industrializzare parto e infanzia sembrava (e in un certo senso, in effetti, era) la soluzione a tutti i dilemmi che una famiglia si trovava ad affrontare.


Spesso le nostre mamme e nonne ci regalano delle vere perle di saggezza, ma altrettanto spesso queste perle sono nascoste in mezzo a credenze e miti* che ormai la scienza ha smascherato da tempo.
Qui vi parliamo di tre frottole sui bambino che sono molto diffuse, e delle quali il genitore del 2015 può sorridere, sicuro che innumerevoli esperimenti robusti e controllati confermano che è il suo istinto ad avere ragione.

#1. I bambini non ricordano nulla.

FALSO.

I bambini non hanno ricordi espliciti dei loro primi tre-quattro anni di vita: questo è vero e si chiama "amnesia infantile". Però esiste un altro tipo di memoria: la memoria implicita. Non parliamo del subconscio di Freud nè di un concetto più o meno esoterico al quale ognuno può liberamente decidere se credere o meno. Parliamo del tipo di memoria che usiamo per andare in bicicletta: a forza di pratica, il nostro corpo impara cosa fare per pedalare e mantenere l'equilibrio, ma se qualcuno ci chiedesse di mettere in parole la nostra arte, ci troverebbe spiazzati.

Questo tipo di memoria funziona dalla nascita. Fa si che impariamo le sequenze di azioni e fatti che si susseguono sempre uguali. Questo formerà le nostre implicite abitudini. Le nostre aspettative che non sappiamo nemmeno di avere.

Tanto per fare un esempio ricorrente: se rassicuro mio figlio ogni volta che piange, mio figlio impara che quando si è tristi/impauriti/angosciati si può chiedere aiuto e che l'aiuto arriva.
È quasi inutile sottolineare quanto un'aspettativa del genere sia uno strumento potente per andare nella vita a testa alta e a cuore aperto: un antidoto eccezionale contro depressione, ansia, disturbi alimentari e chi più ne ha più ne metta.



#2. I bambini ci manipolano.

FALSO.

Fino a quattro anni i bambini manco sanno che noi abbiamo una realtà psicologica tale quale alla loro. Il loro cervello (in particolare la loro neocorteccia) non è ancora abbastanza maturo per concepire l'idea che ogni persona ha i suoi pensieri, le sue aspettative, i suoi desideri.


Quindi se si svegliano mille volte la notte, se ci assillano con i loro "perché", se ci testano con i loro esperimenti di libertà ("Cosa succede se mi nascondo dietro quel l'albero? E se corro in mezzo alla strada?"), non lo fanno per darci fastidio/farci paura/farci disperare. Lo fanno per capire come funziona il mondo e come funzioniamo noi. "Nothing personal", come dicono i nostri concittadini inglesi.


#3. Per crescere bambini indipendenti bisogna spingerli fuori dal nido.

FALSO.

Sono i bambini con un attaccamento sicuro ad esplorare di più. Questi bambini hanno almeno una persona che considerano come un "porto sicuro" da cui partire per le loro esplorazioni e a cui ritornare in caso di pericolo/stanchezza/dubbio.
Il porto sicuro è sempre disponibile, non spinge fuori nè trattiene. Semplicemente c'è.

Spingere all'esportazione un bambino che non ne ha voglia, non solo non lo rende indipendente, ma gli rovina il piacere dell'avventura e lo rende meno incline a tornare da voi dovesse incontrare dei problemi.
E i problemi di oggi possono essere un bambino sconosciuto o un giocattolo inquietante, ma i problemi di domani potrebbero chiamarsi bullismo, abuso, droga. Eppure la risposta che i bambini ricevono da noi oggi, diventa la loro aspettativa implicita sulla nostra reazione di domani (vedi #1).
Da chi volete che vada a cercare conforto vostro figlio se qualcuno lo ferisce/gli spezza il cuore/lo umilia? Se la vostra risposta è un accorato "Da me!", gettate le basi oggi: quando arrivate a casa dei nonni, non spingetelo a giocare con i cugini che non vede da sei mesi. Lasciatelo indugiare nel vostro porto. Due-tre-dieci minuti dopo (quando il serbatoio di fiducia sarà pieno), partirà con gioia da solo. E saprà che potrà sempre tornare da voi in caso di bisogno.
Se volete insegnare l'indipendenza respondabile a vostro figlio, fatevi porto.



Prepararsi alla genitorialità non rende l'essere mamma o papà una passeggiata, né garantisce il successo (anche perché come vogliamo definire il successo sulla pelle dei nostri bambini?). Ma diventare genitori nel 2015 senza sapere queste poche cose è come sperare di poter riciclare l'abito da sposa della Nonna Sarina (o de Nonno Beppino) per le nostre nozze e che ci stia talmente bene da non richiedere nessuna alterazione.



*Per smascherare questi ed altri miti è nato Babybrains: per portare fuori dai laboratori di psicologia sperimentale e neuroscienza quello che oggi si sa sullo sviluppo del bambino dal concepimento al terzo anno di vita. Lo scopo è di fare in mondo che tutti i genitori possano usufruire dei progressi della scienza per essere genitori più efficaci e più felici. I veri destinatari del progetto sono i bambini, che potranno svilupparsi al meglio con maggior serenità.





12 comments:

  1. Sulla manipolazione, mi piacerebbe approfondire il legame con la theory of mind e la consapevolezza di quel che sta nella testolina altrui. Se conoscete letture interessanti a riguardo, sono qui apposta per sfruttarvi come spacciatrici di conoscenza :P

    Bella la parte sull'attaccamento. A questo proposito consiglio un sacco The happiness hypotesis di Haidt, ha un capitolo su amore e legami molto ben fatto - dal titolo potrebbe sembrare tutt'altro ma invece ha un sacco di scienza bella, di quella che dimostra le cose in maniera comprensibile e stimola valanghe di riflessioni. Oppure, per chi non ha il libro, consiglio di dare un'occhiata agli esperimenti della Ainsworth su attaccamento e separazione.

    Che belli questi post che grondano scienza e interesse, brave (:

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  2. Cara Castagna, come al solito ti troviamo ferrata! "The scientist in the crib" della Gopnick e colleghi è un ottimo inizio per comprendere lo sviluppo della theory of mind (la capacità di attribuire il pensiero ad altri). In italiano è stato tradotto con un titolo osceno e fuorviante "Tuo figlio è un genio", ma è una lettura molto piacevole ed istruttiva anche per i non addetti ai lavori.
    E quando veniamo a fare il nostro corso in Italia, ti teniamo aggiornata, così approfondiamo insieme :-)
    Grazie della tua assidua e acuta compagnia.

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  3. Forse l'ho anche visto in libreria, di sicuro ci sono molti titoli simili, ma li evito come la peste perché sembrano pessimi. Ma ora gli ho dato un'occhiata e ho deciso cosa chiedere a Babbo Natale quest'anno :P (chissà, magari gli chiedo anche giornate da 30 ore così oltre a comprarli trovo addirittura il tempo di leggerli, i libri...)

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  4. Hai ragione ad evitare i libri che promettono di fare dei bambini dei geni. Mi fai venire in mente una frase di Albert Einstein: "Se vuoi che i tuoi figli siano intelligenti, leggi loro favole. Se vuoi che siano più intelligenti, leggi loro più favole".

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  5. Da quando vi ho scoperto (commentando il post sulle contrazioni) continuo a leggere i vostri articoli che trovo interessantissimi.
    Sono totalmente inesperta nella pratica visto che non ho figli e nemmeno sono in attesa, ma mi porto avanti con le informazioni!
    Vorrei farvi una domanda riguardo al fatto di rassicurare il bambino ogni volta che piange.
    Guardando il famoso programma tv delle tate, mi era sembrato di capire che loro sconsigliassero di prendere in braccio il bambino ogni volta che piange, per esempio di notte per farlo riaddormentare.
    Questo anche per evitare che diventi il classico "vizio".
    Mentre, leggendo anche un post che avete condiviso sulla vostra pagina fb qualche giorno fa, mi sembra di capire che voi avete un'idea diversa.
    Vorrei sapere la vostra opinione a riguardo, visto che condivido molte vostre idee, ma anche quella della tata di turno mi sembrava corretta! ;)
    Scusate ancora se è banale, ma raccolgo info nel frattempo!
    Grazie!

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  6. Scusate, dimenticavo di dire che le tate sconsigliavano di prendere in braccio il bambino appunto, ma di lasciarlo nel lettino e fargli alcune carezze per calmarlo, o di mettergli accanto un indumento che avesse il nostro odore..

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  7. Cara Luana,
    Molte grazie del tuo commento che - sono sicura - esprime i dubbi di molti.
    Tocchi un argomento molto delicato e centrale nella vita di tutti i genitori e - come dimostri perfettamente con il tuo interesse - anche di chi genitore (ancora) non è.
    Premetto che per trattare la questione in modo esauriente ci vorrebbe un libro intero, e lo stiamo scrivendo. Nel frattempo ti rimandiamo al lavoro di Alessandra Bortolotti che sembra fatto apposta per rispondere alla tua domanda: "E se poi prende il vizio?". Qui mi limiterò a parlare dell'aspetto cognitivo della faccenda, e in particolare della memoria. È l'aspetto più "freddo", quello in cui differenze di approccio o di sensibilità hanno - a mio parere - meno gioco.
    La memoria implicita funziona così: azioni ripetute diventano una "procedura" e vanno a formare aspettative (sono a disagio -> esprimo il disagio -> mamma/papà si occupa di me -> il disagio finisce). Questo succede di giorno e di notte. Succede se siamo stanchi e se siamo riposati.
    Di giorno, se un bambino piange, chi suggerirebbe mai di ignorarlo? Non smettiamo di essere genitori la notte. Il fatto che siamo sfiniti non cambia i meccanismi della memoria.
    Di notte il bambino ha (almeno) lo stesso bisogno di noi che ha di giorno. Se lo ignoriamo lo facciamo per il nostro bene (dormire a volte può essere la prima priorità), certo non per il suo. È una scelta che va fatta in tutta consapevolezza. In una famiglia (specialmente se ci sono più fratelli e sorelle) è impossibile scegliere sempre nell'interesse del bambino. Ma quando si considerano le esigenze di ciascuno per capire quale sia l'approccio migliore, una cosa è chiara: per il bambino è meglio ricevere una risposta all'espressione di disagio. Solo così il bambino può imparare - con il tempo! - a GESTIRE (non reprimere) quel disagio da solo.
    Accudendo il nostro bambino, gli diamo una lezione (tante tantissime lezioni) su come accudire. Lui applicherà ciò che impara a se stesso e alle persone che ama.
    La "risposta all'espressione di disagio" varierà da bambino a bambino, da genitore a genitore, da momento a momento. Nessun manuale e nessuna tata potrà presentare una ricetta valida per tutti. È una risposta che va cercata insieme (e in questa ricerca - il mondo in cui risolveremo il problema insieme a nostro figlio - sta la lezione forse più preziosa).

    Cosa succede invece se l'espressione di disagio non riceve risposta? La "procedura" che si crea suona piuttosto così: sono a disagio -> esprimo il disagio -> non cambia nulla -> rinuncio e mi tengo il disagio.
    Quindi in effetti il metodo "funziona": il bambino tace e dorme. Per la tata l'obbiettivo è raggiunto. Ma per il genitore lo è? Il bambino ha imparato a dormire la notte, ma ha anche imparato che di notte chiedere aiuto non serve a nulla. Un bel fardello da portarsi nella vita...

    Riassumendo, aspettarsi che ad un'espressione di disagio segua una risposta di conforto non è un vizio, è un'ottima abitudine.
    L'istinto ci guida a fare ciò che è buono per nostro figlio a discapito del nostro conforto. La scienza ci dice che l'istinto ha ragione (da leggere in merito: Sue Gerhard: Why Love Matters).

    Ancora grazie Luana di averci dato l'opportunità di approfondire questo tema così scottante. Non esitare a farci sapere se questa risposta ti suscita altre domande. In ogni caso i tuoi futuri bambini sono troppo fortunati ad avere una mamma che già si confronta con questi temi :-)

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  8. Eccomi, prima di tutto ringrazio voi per essere così disponibili nel rispondere alle domande, soprattutto a quelle per cui ci vorrebbe un libro intero per essere esaurienti (e se ne pubblicherete uno, lo leggerò sicuramente!).
    Ok, capisco quindi che la risposta al disagio è una cosa che dovrebbe essere sempre data, poi le modalità le possiamo scegliere noi anche valutando la risposta (a sua volta) del bambino. Che sia dal prenderlo in braccio, al semplice accarezzarlo per tranquillizzarlo, ecc. ma comunque è sempre bene, che il disagio venga accolto.

    Ecco sì, a questo punto mi sorgerebbe la domanda di come ci si deve comportare quando il pianto invece diventa capriccio, se è sempre espressione di un disagio o no, e se appunto deve essere accolto o ignorato (come sapevo) e in caso, approfondito in un secondo momento quando il bambino è più calmo.
    Non vorrei però andare fuori tema, aspetterò un vostro articolo a riguardo!

    Sono d'accordo con voi quando dite che un parto positivo non bisogna sperarlo, ma PREPARARLO, e credo che valga lo stesso anche per tutto il percorso che segue nel crescere un bambino. Ovviamente non si può controllare tutto, e gli errori si faranno, ma vorrei quanto più possibile fare le cose con consapevolezza, perciò parto in anticipo (mica tanto poi, quest'anno ho fatto i 30 ed è ora di fare sul serio! ;) )
    Grazie ancora per la vostra disponibilità e le vostre risposte esaurienti.

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  9. È un vero piacere confrontarsi con te Luana! Riguardo ai capricci, il fatto è che i capricci non esistono (fra le altre cose perché i bambini non hanno la maturità cerebrale per "fare apposta"). Che i bambini abbiano i loro scopi, e che essi possano essere diversi dai nostri, è certo. Che i bambini siano meno in grado di noi di gestire le loro emozioni è altrettanto chiaro.
    Posto così il problema, la nostra reazione non sarà mirata a "reprimere i capricci" ma piuttosto a 1. Capire che disagio sta dietro al "capriccio" di turno; 2. Insegnare al bambino a gestire le proprie emozioni (mostrandogli come noi gestiamo le nostre). I libri della Knost e della Markham sono delle referenze in proposito. Utili non solo per capire come gestire i propri piccoli, ma anche per riflettere sulla provenienza di certi automatismi e miti. Buona lettura!

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  10. Sì, quindi chiamare QUEL comportamento "capriccio" diventa riduttivo e superficiale, perdendo la possibilità di capire cosa c'è dietro e di insegnare al bambino a gestire meglio le emozioni.
    Grazie ancora, anche per gli spunti di lettura, mi informerò sicuramente! :)

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  11. Sì Luana. È esattamente quello che intendevo. Grazie per averlo espresso così chiaramente. A presto.

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  12. Grazie Luana e Parto Positivo, bellissimo botta-e-risposta! Anch'io mi trovo nella tua situazione Luana: "appassionata" di genitorialità e nascita senza essere né madre né in attesa (ma in età buona per fare sul serio ;) ). Vi ringrazio ancora tantissimo per questo pezzo extra di articolo! Soprattutto per il punto di vista sui capricci! Buon lavoro a tutte!

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